invidia

| 20.02.09

Nietzsche si rovinò la salute mentale tentando di capire come i deboli possano storicamente aver vinto i forti.
Come sia possibile che la décadence abbia vinto gli spiriti vittoriosi.
Com’è che la plebe schiacci gli spiriti aristocratici.

Perché tu credi di essere un eletto quando sei invece le plebe?
Se ti senti un eletto – forse sei la plebe.
Se ti chiedi invece – perché questo desiderio di annientamento – forse la plebe non sei.

La plebe non desidera la vittoria – desidera annientare. Una lingua infaticabile che odia se stessa.
Se non hai un fuoco che vuole annientare: se invece pianifichi goccia a goccia la distruzione: questo non fa di te un vittorioso – – anche se amaramente vincerai.
Vincerai, e poi morirai come muoiono i bambini, senza aver capito nulla.

Se hai un gusto amaro in bocca e ti stupisci guardandoti intorno: allora forse ti stanno annientando.
Non chiederti cosa resterà di te ma cosa continuerà a lussureggiare, al di là della plebe: lì nascerà qualcosa che tu ancora non potevi essere.

Beati gli invidiosi, perché erediteranno la terra – - ignorata e lussureggiante.
L’ultimo rifugio è lì dove tu non sarai più.

commesso cula

| 16.09.08

Ha la piega dei pantaloni perfetta. Segaligno, ha la bocca emersa dallo scontro delle placche della sua vita terrestre, il cui calore, alimentato da violente liti, da pose gay, dall’amore della madre, da pianti cocenti, dall’età non più giovane: il cui calore spento l’ha fissata.
Una bocca sbalzata dai pompini e serrata dalla solitudine, immobile contro i mobili occhi neri, e la pelle dura, scura. Occhi che sanno serbare per la memoria le pieghe del prepuzio. Bocca che sa serbare per la memoria la pelle che si dipana e si fa piana. Gli occhi sono chiusi per la pelle che li chiude. Gli occhi non vedono più per il tatto che li chiude. Pelle che ingoiata chiude gli occhi. Apre la bocca, udito, dita. Se ne sta ritto nel suo negozio di gioielli del centro città.

La vetrina e la porta occupano il lato corto del rettangolo del negozio, un rettangolo stretto e lungo.
Io lo vedo la mattina. Il mio passo impiega pochi secondi a percorrere la corta vetrina, e pure lui impercettibilmente guarda fuori chi lo guarda.
Il suo completo nero che lo rende così visibile nel suo negozio bianco è un fatto interiore.
La sua eleganza è una vittoria. E la sua eleganza è una resa.
Ha costruito se stesso nella lotta per la sua diversità, si è preso cura di sé, ha voluto fare di sé la cosa che amava, e l’esito della lotta è questa sua visibilità tutta interiore.
Come i suoi gioielli si mostra senza fare sforzo.
Come i suoi gioielli mostra essenzialmente la sua struttura interna.
Perciò si stupisce ancora del mondo che lo guarda di passaggio, che lo rende un oggetto sconosciuto.

Nel negozio non ci sono che le teche di gioielli sopra tre bianchi parallelepipedi, più un quarto su cui poggia il registratore di cassa. Non una sedia.
Lui stesso, così alto, si deve talvolta piegare sul registratore piegando un poco le ginocchia e avanzando col busto, in una coreografica scomodità senza scampo.
In altre occasioni l’ho visto ritto in piedi sulla porta a guardare fuori.
Ho contato altre tre figure che conosce, con le quali sa accordarsi con la fermezza splendente dei suoi gioielli. Ho pensato che la scomodità era solo nei miei occhi.
Queste cinque pose complessive sono l’ultimo movimento che io conosca con il quale ha saputo affermare il raggiungimento della pace con se stesso. Ora sta imparando a sparire.
Ha amato a lungo colui che è diventato.
Poi ha capito, in realtà, di aver sempre amato solo la lotta che lo ha spinto a diventare se stesso.
La lotta è la promessa di un volto ma non ha mai un volto, per quanto la lotta sia la cosa che più si sa riconoscere e la più bella a vedersi. Così amata dall’uomo gli è la cosa più lontana.
Lontana dai campi di battaglia, la lotta rimane disumana anche nella quiete di una gioielleria.

Ieri l’altro, durante il mio solito percorso in centro, mi sono fermato dinnanzi al negozio.
Sembrava aperto ma all’interno non c’era nessuno.
In vetrina ho scorto un nuovo gioiellino. Un pendaglio di alabastro, a forma di S gotica, con un diamante su di un vertice.
È tanto delizioso da sembrare addormentato sopra il piccolo cuscino bianco, esposto allo sguardo di tutti, e così lontano dal desiderare di essere guardato.

La Ivonne Garbujo SpA è una storica azienda di restauro di ville e palazzi antichi. Quantomeno nacque come tale.
L’omonima fondatrice, attiva negli anni 20 dello scorso secolo, dedicò gli ultimi 30 anni di vedovanza della sua vita all’ospitare ed educare giovani sole e sbandate, garantendo loro una vita dignitosa e l’insegnamento della lavorazione delle malte e delle preparazioni edili, mescolate a piccole percentuali di opale, sali di zolfo, percentuali minute di turchesi e clinoclasii. Amava spiare le giovani adoprarsi sull’iniziare del crepuscolo nella polverizzazione de’ minerali vicino alle betoniere da salotto.
Sognava per esse una placida e quasi immota felicità, simile al pulviscolo che in lamine lavorava insieme alle polveri minerali per preparare un poco di buio alla sera. Vecchia colle ossa cave, dava seguito nei suoi diari al suo sottrarsi all’azione. Nella lentezza dei gesti delle ragazze trasferiva se stessa, ormai vicina allo scomparire.

Gli attuali azionisti fanno riferimento esattamente a questo trapassare della Garbujo, quando, dopo quasi cento anni, cercano giustificazioni per il nuovo dibattuto prodotto della Ivonne Garbujo SpA: la criogenesi intellettiva.

Ivonne, ormai sull’orlo della morte, vide chiaramente che i nuovi ricchi, rapidamente beatisi della bellezza degli stucchi e degli intonaci dai preziosi riflessi realizzati dalla sua azienda, restavano mortificati negli ampi spazi vuoti delle ville comprate come oggetti, e angosciosamente muti di fronte a li immani silenzii che il proprio status garantiva tutto intorno.
Non restava ad Ivonne che entrare nelle case, produrre pelli artificiali pei divani lisci come pelli bionde di donna e duri come locuste, cucine con pezzi di acciaio e caminetti a trompe l’oeil, scale di marmi siliconici; portò a poco a poco il bizzarro nella vita come sanno fare le donne: e non invano.

E lavatrici ginniche, diete a smagrimento logaritmico, nuove attrezzature sintattiche pei social climber, quindi, prossima a lanciare sul mercato la propria religione esploitando il Buddismo col biofeedback di Scientology… morì.

Quando si crea un movimento a partire da un padre fondatore, l’amplificazione rende chiari i tratti che originarono dalla sua vita. Le sottoculture e i sottogeneri in cui si anima il movimento radica questi tratti e crea le premesse del successivo slittamento di paradigma, da cui prenderà le mosse un futuro nuovo padre fondatore.
Nel movimento rimangono tuttavia nascoste esattamente le caratteristiche peculiari del padre fondatore. Proprio le sue peculiari caratteristiche non riescono a farsi pubbliche.
La riproducibilità è un meccanismo che ancora non si è fatto carne.
Rispetto a un movimento che un padre fondatore genera, questi rimane essenzialmente estraneo a quello.

Quella vecchia troia di Ivonne Garbujo, che godeva nel vedere lentamente intossicate le discepole di polveri minerali, annotava: “considerare le cose sotto la specie dell’eternità è tipico del filosofo maschio, e più precisamente del maschio fanciullo. Sopportare l’esistenza di un dio o, in subordine, attendere l’avvento del redentore, non sembra tollerabile all’uomo che vive l’attesa della morte quale discrimine che debba annientare – con lui – l’universo intero. Il gioco prediletto diviene la considerazione dell’eternità come una forma di superficialità ghiacciata, che in definitiva è la vita a ginocchioni che pratica la fellatio al maschio con i suoi superflui occhi sbarrati.

Il panico dell’ente che è eterno, il fatto che è eterno lo deve far diventare ogni cosa, quel panico che non è dolore… quale uomo non ne sarà annientato prima.

Sotto la specie dell’eternità c’è quest’uomo, sotto il quale vive il desiderio dell’annientamento, che altro non è che una forma del desiderare.
Desiderare la cosa come imminente, in una erezione e in una considerazione di una distruzione che si vorrebbe vedere incominciare. Nessuno tra questi tipi d’uomo vuole qualcuno o qualcosa che gli sopravviva.
Se non c’è dio o se io non sono dio, tutto questo deve essere annientato, ma per favore fai più piano, più piano.”

Wittgenstein

Il giornalista che collabora con Il Foglio di Giuliano Ferrara e molte altre importanti testate italiane aggiorna quotidianamente il suo seguitissimo blog
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Piove sui giusti e sugli iniqui. E cosa c’entriamo noi nel mezzo?
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Aggiorna il seguitissimo una creatura generale senza generalità, e poi piove, e che c’entriamo? Ah beh, ah sì, il PD e la playlist, tutto si tiene come la madonna l’imene.

cassetta

| 08.04.08

Preso anch’io nella bolgia del muxtape, ho caricato la mia cassetta.

Non entro in una analisi obiettiva della faccenda dato che concordo su quanto scritto dallo Suzuki.

Pensavo di farla come una volta, con brani iniziali e finali echeggianti, circolari, e con un certo gusto per sonorità omogenee. Ne è invece venuta fuori una roba improvvisata, fidando nell’intuito che si crede spinozianamente affinato dall’esperienza.