cassetta

08 aprile 08

Preso anch’io nella bolgia del muxtape, ho caricato la mia cassetta.

Non entro in una analisi obiettiva della faccenda dato che concordo su quanto scritto dallo Suzuki.

Pensavo di farla come una volta, con brani iniziali e finali echeggianti, circolari, e con un certo gusto per sonorità omogenee. Ne è invece venuta fuori una roba improvvisata, fidando nell’intuito che si crede spinozianamente affinato dall’esperienza.

Ode alla Minghi

02 aprile 08

Ah ricordo vagavo
Per le vie pristine che adombravano
Il segreto che petalo a petalo
Cadeva sulla sera.

Oh come bocca
Chiusa d’intorno
Come bocca si chiudevano
gli occhi per brevi parole.

Dicevano “mona dio cane”
E “no col Campari”.
Mi vidi sui lustri specchi
Cui poggiano i vostri volti sereni.

Ma solo, sul far della sera
Solo!, attesi che l’ora venisse:
La sera dell’orizzontale dio
culo divaricato sul trono.

Solo, e pietoso d’indugi
Come in vomiti lievi rinchiuso
Nella sera a me sì cara
Morii da giusto mille volte ancora.

Tu sappi che solo
Che fui. Bramoso
Di mille passi ancora
Portati il porco dio sa come, amici,
D’innanzi ai vostri cerchi.

Alzato di peso dai piedi
Trascesi Cabernet
Valicai i vostri volti
Seppi i fantasmi diurni
la carne di un tempo che dura.

Peso ai piedi volli perdere
Avere la lentezza del vegliardo
Spaccare in quattro il pelofiga
La fuga degli dei volli ammirare.

Gita al faro

29 marzo 08

La traduzione italiana del titolo mi fa sospettare che sia sensibilmente migliore in lingua originale. “To the lighthouse” ha questo senso di moto del tutto perso in italiano, questa necessità al movimento che fa da contraltare alla stasi generalizzata del romanzo.
Il romanzo ha un’ambientazione abbastanza noiosa: l’animo umano.
L’animo umano fissato in mille pieghe, esposto nei mille piccoli sollevamenti delle pieghe della mente. Sollevare cose che a lungo stanno ferme è pericoloso, lo sanno tutti: possono uscirne serpentelli velenosi. Dalle pieghe sollevate dal romanzo la Nostra fa uscire centinaia e centinaia di serpentelli colorati di regioni della Terra le più disparate: il moto d’animo che immobilizza, quello che viene subito prima di un’azione, quello che sovrappone memoria a breve termine di atti insignificanti con moti di simpatia o antipatia. Sensazioni brevilinee che fluiscono in tentativi di espressioni di sé inveterati. Osservazioni puntuali di uomini o donne inghiottite nel buco di una sensazione che si cementa in sentimento. Amalgami di atti volontari che trasudano incertezze e dipendenze psicologiche.
Si ha a tratti la sensazione che questo turbinio di spire non copra una mezz’ora del flusso di coscienza di qualunque uomo della terra.
Se si sceglie la strada di questo annotare, di questo trascrivere i riversamenti di piccoli grani di pensiero in piccoli moti di azione, non si sceglie forse l’ingrata mappatura di un’opera universale mai terminabile? Perché questo piccolo voltare lo sguardo e vedere la tenda dietro la finestra, ora, e non dopo? O mai?
Non vale forse la descrizione dei moti peristaltici post-digestivi, ugualmente oscuri e necessari? Che elaborano la stessa massa, che sono una sola compattezza?
Andare sino in fondo non solo per scoprire la merda, ma per rimestarla?

Digressione di fisiologia

L’uomo è fatto tutto intorno (un po’ all’interno e un po’ all’esterno) da ossa, pelle, sburro, cuore e organi.
Dentro ci sta l’apparato dirigente, che ha a un capo la bocca e a quell’altro il culo. È detto dirigente perchè è il principale e nutre tutto il resto. È un grosso canale con tantissimi micro-canali che portano il nutrimento in tutto il corpo.
Il cervello è la sede legale della mente, ma il pensiero corre insieme all’apparato dirigente fino ai suoi rivoli più estremi.
Il Tubo dell’apparato infatti ha due membrane interne che lo separa in tre ambiti, in cui scorrono sostanze distinte:
- cibo
- merda
- pensiero
Sia detto per inciso: lo spirito che aleggiava sulle acque (reflue, per la precisione) è un chiaro mitologema derivato dalla costituzione fisiologica dell’uomo.
Che cibo e merda stiano così vicini probabilmente non sorprende. Forse sorprende invece sapere che il pensiero stia loro così vicino. Il pensiero per funzionare del resto deve:
- muoversi
- trattenere le sensazioni che gli vengono dai sensi
- fare del corpo la macchina meravigliosa

Che lo cose stiano così può essere inteso da chiunque si raccolga un poco in sé stesso e rifletta sullo schema fisiologico descritto: quanto più uno cerchi quale sia l’origine di questa voce ininterrotta che dialoga con il proprio sè, tanto più avvertirà i borborigmi e l’ottusa pienezza senza tregua che comunemente si chiama coscienza.
Una trattazione sistematica dell’argomento dovrebbe aggiungere che lo stato della coscienza è determinato in particolare da:
- sapore in bocca
- grado nel quale si trovano i due stati emotivi principali: letizia e tristezza
- freddo o caldo ai piedi
- fame, sete, sonno, desiderio omicida
- senso di colpa
- senso di polpa (il contrario del precedente)
- quantità di feci e urina trattenuti

Dalla trattazione proposta si ricava inoltre facilmente che lo spirito è una proprietà della materia.

Il tentativo della Woolf potrebbe però essere anche peggiore: l’obiettivo potrebbe essere mimare il reale. Mimare una reale esperienza umana sin dentro la sua pratica corrente.
Dire che quello spezzone di vita sia il narrato.
Né più né meno che dire: la serie completa di tutti i singoli beccheggi e di tutti i singoli rollii ha determinato la rotta della nave. Ora ve li descrivo tutti così che capiate dove la nave è arrivata. Sì sì ma attaccati al cazzo te e i beccheggi e i rollii.
In verità, i processi che agitano l’uomo – narrati da un certo momento fino ad un altro momento – sono una gratuita congerie di atti illiberali.
Migliore conclusione mi sembra una libera traduzione di C’est l’ouate di Guesh Patti:

Di tutte le materie
D’ovatta la congerie
È ciò che preferisco
Del resto me ne infischio.

CONFLAGRA

18 febbraio 08

disdetta preavviso locazione potatura dell alloro incarichi pensionati pubblici spitznas ventilators prescription intelligenza sword of etheria

sì sì tutto questo fa senso

sì sì continuiamo con la pletora e il pneuma

sì sì tu mi piaci vieni a casa mia

IL CONTENUTO: retorica del marketing, che genera altre retoriche: il marketing si tiene appena in piedi e non sprofonda solo per via. Solo per via non sprofonda. Solo per via del fatto che fonda un senso sulla necessità di non poterne più generare per farsi giustificato.

Copywriter: che sono stanchi.
Spammer: che si fanno illuni gli occhi.
Posizionatori: che devono giustificarsi.
Responsabili di prodotto: che devono generare grafi.
Programmatori: cui sfugge dove vada il loro scritto.

Per dire CHE COSA

Tutta questa immane retorica autofaga QUANDO DEFLAGRA

Sostrati

15 febbraio 08

A sinistra del PC, sulla scrivania, stanno le chiavi sopra il blocco degli appunti, nel quale annotai fittamente il calendario e la scansione delle attività previste.

Dalla finestra vedo il palazzo di fronte, così ravvicinato che il grigio-bianco dell’intonaco mi fa notare tardi che il sole scomparve.

Sento le ambulanze di lontano avvicinarsi, troppo lontane perché il doppler le catturi, e il vociare che monta dalla strada; sento radunarsi una folla, mentre qui continua intatto un silenzio fatto di poche persone e spazi sgombri. Più che la folla, in cui qualcuno ora grida, sento il silenzio, inalterato, dimenticato. Da che sono qui: questo silenzio. Candide dimenticanze.

Inalterato, dimenticato e pressante – allo stesso modo – mi decido ad andare a pisciare dopo ore in cui avrei dovuto farlo.