Archive for giugno, 2008

Cambiare il post da sotto i commenti. Un pastiche da spalmarsi in faccia per vedersi restituita l’agnizione.

Anestatizzato dopo una birra media non so se il trionfo dell’aurea mediocritas o il disvelamento. Dirimere questa questione sarebbe dire la perfezione. Se pure ha un interesse.

Sarebbe: “venghino signori che mi debbo vendicare”. Da bravi.
Sistole, e dopo un poco
diastole raccolte nel pugno.

D’accapo un’altra volta, quest’anima da pecoraio la farò finire. “Io per me solo un tempo che non attende” dico in alto ai tralicci che mi reggono dopo la media.

calle dei vedei

| 16.06.08

Li avvicino come turiboli, come tuguri. Cos’è quella cosa che odi e che ami e che non è umana. Io la chiamo dio e mi precede agli angoli nei sotoporteghi e in fondo alla salizada ammicca alla mimica del mare.
Calli ad angolo retto cimiteriali, alla luce di lanterne che bevono l’ombra bevono l’ombra come dei bevono.

Se solo andassi dritto e con forza con la spalla demolissi gli anditi e sbatterei contro centrini di pizzo metafisici negli ambiti stretti, ristetti, e l’emolisi sarebbe nulla a fronte di queste urne cinerarie, deposte lievi al passo dell’avventore notturno col suo briaco unico passo.

Lunghesso la fondamenta l’aria si fece lieve a cristali trasparenti, cedevole allo sgurdo l’intonaco cedette e lascia posto: mi trapana il ricordo di vie che attesero questa vista per farsi chiare, che le ricordassi proprio ora che la calle portata da la notte nell’occhio di bue dirime la contorversia: no tocca a me no a tocca a me no ti dico fottiti tu e il tuo dio gli sbraiti e lo sbrago sono il mantra e il magma e in questa discendenza figliamo e siamo noi i nostri figli.

Perchè ci si fece chiara e perchè meritammo questa veduta che sommamente attendemmo; perchè si fece la sera: ciò che mi spiego ora non potrò più dirlo perchè puntiforme si fece chiara. Tu che mi fai ridere che dici che venimmo e andremo come se potessi diradare l’eterno grumo che hai di essere uomo: e sbraiti dorati pianori come se già guadagnasti campi elisi come campi euclidei di biliardo. “Già siamo morti molte volte quando vedemmo più chiaro”. In questa chiarità hai la bocca spremuta in un sorriso.
Non sai che quello cui vuoi ambire merita la morte, perchè mortali siamo e se abbiamo un sorriso divino di una morte dovremo deciderci.

Lo sai che ti attese? Cosa ti venne incontro cosa sapesti raccogliere in poche parole: solo che in un momento l’imminente si manifestò, così come isotopo meccanicamente preparato: questo sei: una macchina che bombarda isotopi e ogni evento ti pare che prima solo detonazione che prima solo innesco inneggia la bomba che ricomincia. L’imminente! Come una statua d’oro, che adori, l’imminente fattosi carne che se dovessi adorarlo dovrei spezzarti un braccio. Se lo spezzassi cosa vedrei mi chiedo mentre in tralice ancora un altro passo. Un altro passo cosa altro possiamo. Spenta la sera spento il sorriso, dio una spina, trapassati prossimi tu e io ma chiara la sera,