piergiorgio odifreddi
| 17.04.08Com’è che l’Odifreddi scrive libri con la semplicità e la rapidità con cui un uomo normale caga?
Io non lo so.
Ma il parallelismo vorrà pur dire qualcosa.
Com’è che l’Odifreddi scrive libri con la semplicità e la rapidità con cui un uomo normale caga?
Io non lo so.
Ma il parallelismo vorrà pur dire qualcosa.
Al dispiegamento della potenza della tecnica è necessario che la condotta morale rimanga miserevole.
Preso anch’io nella bolgia del muxtape, ho caricato la mia cassetta.
Non entro in una analisi obiettiva della faccenda dato che concordo su quanto scritto dallo Suzuki.
Pensavo di farla come una volta, con brani iniziali e finali echeggianti, circolari, e con un certo gusto per sonorità omogenee. Ne è invece venuta fuori una roba improvvisata, fidando nell’intuito che si crede spinozianamente affinato dall’esperienza.
Ah ricordo vagavo
Per le vie pristine che adombravano
Il segreto che petalo a petalo
Cadeva sulla sera.
Oh come bocca
Chiusa d’intorno
Come bocca si chiudevano
gli occhi per brevi parole.
Dicevano “mona dio cane”
E “no col Campari”.
Mi vidi sui lustri specchi
Cui poggiano i vostri volti sereni.
Ma solo, sul far della sera
Solo!, attesi che l’ora venisse:
La sera dell’orizzontale dio
culo divaricato sul trono.
Solo, e pietoso d’indugi
Come in vomiti lievi rinchiuso
Nella sera a me sì cara
Morii da giusto mille volte ancora.
Tu sappi che solo
Che fui. Bramoso
Di mille passi ancora
Portati il porco dio sa come, amici,
D’innanzi ai vostri cerchi.
Alzato di peso dai piedi
Trascesi Cabernet
Valicai i vostri volti
Seppi i fantasmi diurni
la carne di un tempo che dura.
Peso ai piedi volli perdere
Avere la lentezza del vegliardo
Spaccare in quattro il pelofiga
La fuga degli dei volli ammirare.