commesso cula
| 16 settembre 2008Ha la piega dei pantaloni perfetta. Segaligno, ha la bocca emersa dallo scontro delle placche della sua vita terrestre, il cui calore, alimentato da violente liti, da pose gay, dall’amore della madre, da pianti cocenti, dall’età non più giovane: il cui calore spento l’ha fissata.
Una bocca sbalzata dai pompini e serrata dalla solitudine, immobile contro i mobili occhi neri, e la pelle dura, scura. Occhi che sanno serbare per la memoria le pieghe del prepuzio. Bocca che sa serbare per la memoria la pelle che si dipana e si fa piana. Gli occhi sono chiusi per la pelle che li chiude. Gli occhi non vedono più per il tatto che li chiude. Pelle che ingoiata chiude gli occhi. Apre la bocca, udito, dita. Se ne sta ritto nel suo negozio di gioielli del centro città.
La vetrina e la porta occupano il lato corto del rettangolo del negozio, un rettangolo stretto e lungo.
Io lo vedo la mattina. Il mio passo impiega pochi secondi a percorrere la corta vetrina, e pure lui impercettibilmente guarda fuori chi lo guarda.
Il suo completo nero che lo rende così visibile nel suo negozio bianco è un fatto interiore.
La sua eleganza è una vittoria. E la sua eleganza è una resa.
Ha costruito se stesso nella lotta per la sua diversità, si è preso cura di sé, ha voluto fare di sé la cosa che amava, e l’esito della lotta è questa sua visibilità tutta interiore.
Come i suoi gioielli si mostra senza fare sforzo.
Come i suoi gioielli mostra essenzialmente la sua struttura interna.
Perciò si stupisce ancora del mondo che lo guarda di passaggio, che lo rende un oggetto sconosciuto.
Nel negozio non ci sono che le teche di gioielli sopra tre bianchi parallelepipedi, più un quarto su cui poggia il registratore di cassa. Non una sedia.
Lui stesso, così alto, si deve talvolta piegare sul registratore piegando un poco le ginocchia e avanzando col busto, in una coreografica scomodità senza scampo.
In altre occasioni l’ho visto ritto in piedi sulla porta a guardare fuori.
Ho contato altre tre figure che conosce, con le quali sa accordarsi con la fermezza splendente dei suoi gioielli. Ho pensato che la scomodità era solo nei miei occhi.
Queste cinque pose complessive sono l’ultimo movimento che io conosca con il quale ha saputo affermare il raggiungimento della pace con se stesso. Ora sta imparando a sparire.
Ha amato a lungo colui che è diventato.
Poi ha capito, in realtà, di aver sempre amato solo la lotta che lo ha spinto a diventare se stesso.
La lotta è la promessa di un volto ma non ha mai un volto, per quanto la lotta sia la cosa che più si sa riconoscere e la più bella a vedersi. Così amata dall’uomo gli è la cosa più lontana.
Lontana dai campi di battaglia, la lotta rimane disumana anche nella quiete di una gioielleria.
Ieri l’altro, durante il mio solito percorso in centro, mi sono fermato dinnanzi al negozio.
Sembrava aperto ma all’interno non c’era nessuno.
In vetrina ho scorto un nuovo gioiellino. Un pendaglio di alabastro, a forma di S gotica, con un diamante su di un vertice.
È tanto delizioso da sembrare addormentato sopra il piccolo cuscino bianco, esposto allo sguardo di tutti, e così lontano dal desiderare di essere guardato.

