La nottola di Rovigo

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di Jack Bimbuola

 

Il contesto inessenziale, contesto e pretesto

Bartlebooth patisce l’indifferenza dovuta al vizio dell’abitudine di non vedere gli interstizi.
Un cartello stradale che indica il nome del territorio comunale che gli sta alle spalle, è simile, bianco a scritte nere, al foglio di carta, quasi altrettanto sottile. Il suo spessore, tuttavia, ha la poca importanza di un limite inutile.
Proprio come un foglio scritto, rischia l’indifferenza di chi vi si imbatte, benché sulla sua superficie ci sia il tentativo di definire qualcosa, di far vedere, emerso, ciò che si è visto dei fantasmi del giorno. Reca su di sé la necessita di aprire e di tenere aperto il discorso, e il desiderio di far soffermare, di suffragare e di confutare, di far infuriare la propria vita scritta e la vita che vive al di là del vizio dell’abitudine a vivere, che si vede viva quando la morte è in accosto, e che sembra così divinamente indifferente.
Ma – è noto –  il vizio dell’abitudine passa oltre, e dunque l’unica parola che sappia sopravvivere all’indifferenza è la parola senza interesse che ha visto e, in quanto ha visto, sa: la poesia.

Poesia. Titolo: c’è già il titolo:

è il nome della città.

Quindi: Rovigo, oppure: Adria.

Il cartello stradale è l’interstizio, il foglio bianco è l’interstizio. Fermi e in attesa. L’unico occhio che li veda scorge gli animali abitatori di città. L’occhio è dell’animale che contempla i suoni di cui sola, di cui solo è fatta la poesia. La poesia  di soli suoni come una pluviale foresta sonora che sopravvive nelle onomatopee cittadine. Pochissimi animali che parlano per suoni.

Sarebbe il caso di non fornire spiegazioni né giustificazioni. Forniremo degli aggettivi e dei sostantivi: Rovigo, cartello stradale, Polesine, bianco, nero, poesia, superficie, disadorno, segnaletica stradale, verticale, segreto, animali, visibile, invisibile. Tutto ciò dovrebbe fornire un contesto, vorremmo che fornisse un contesto e non un pretesto. Magari non pretesco.

Il paradosso relativo e contestuale dice l’urgenza della parola che sortisce percorsi lontani dagli obiettivi. Sembrerebbe dunque che parlare a vanvera dica il tratto principale della parola.

Per scongiurare questo pericolo e per avere la massima libertà creativa, ci imponiamo delle regole (ma non come un prete impone le mani).

Tre versi, una città che faccia comune, un animale assonante, e di traverso Toti Scialoja, massimo poeta del suono sensato, del senso suonato – ironico sensale, del senso non comune, del senso perso, del “mi fa senso l’universo”, del senso tragico del verso, verso la felicità che dura nel suono candido come marmo del verso.

Poetica della cartellonistica

Quale attività indispensabile e notturna, c’è il compito dell’agire.

Che cronologicamente è secondo, ma logicamente è il primo: il compito del fare di un cartello stradale direttamente un foglio di carta. Ma continuiamo a fare di tutto ciò una spiegazione, spiegazione che sopravviene e sopravvive come atto secondo e secondario, come giustificazione retorica e come retorica della giustificazione. Perciò non c’è filosofo che non sia Hegel, non c’è spiegazione che non sia giustificazione, cioè, in senso tipografico, come massima riduzione degli spigoli da un blocco di testo: la giustapposizione di un senso secondo, l’allineamento all’ordine.

Vogliamo che rimanga a brillare l’atto futurista. Fare brillare, far lasciare esplodere l’atto. Che si compie al di là dell’intenzione di compierlo.

Futurista e anche pascoliano, fonosimbolico, ed è il tentativo di fare emergere una unità con una appropriazione poetica del proprio territorio. Discendendo questo sentiero, c’è anche la tranquillità esopiana di chiari animali intenti nelle loro placide occupazioni. Che sono io, che siamo noi a contemplare la cartellonistica stradale eradicata dal suo burocratico nesso con la legge positiva, a ramificare una ridottissima inventata comunità di uguali polesani/polesauri giusti e bighelloni.