La
donna ha le braccia nude e monche, così che nel vestito di raso nero la linea del suo corpo ancor più si prolunga e le braccia senza fine si allungano nei movimenti. La mia felicità traguardata la sento sporgere oltre le punte delle dita, spinge sul piloro che pilota il calore nelle viscere nella bocca che si allaga di saliva: io la amo, anche lei mi ama, dal passato dalla luce vittoriosa è tornata per amarmi.
La lingua che le sbatto in bocca che mi sbatte in bocca sbrana Chronos e siamo nella finissima intercapedine dell’attimo, schiacciati l'uno contro l'altra, con la sola percezione del qualche dove delle mie mani che la portano a me.
Rivedo le stanze, rivedo le stanze con lo sguardo scialitico di colui che eternamente sa vedere il presente, che sa vedere la disumanità disadorna della gioia.
Mi riporta tutto ciò che non mi aveva dato, nel raccoglimento della sua fioca forza mi scopa col suo poco di peso e col suo odore, ma l’amore è dolente, rallentato, c’è una tristezza velata e fondente, una palla rovente che si sperde nello spazio, uno spreco che dura nel tempo; la durezza del dorato presente si liquefa, il sudore si asciuga e lo spanto sperma perde calore.
Riporta alla luce il medesimo tempo che va e ritorna.
Tutto sta di nuovo per finire.
Nell’illusione di questo tempo lineare, l’illusione di un tempo non mortale in cui vive l’attualità della gioia io non ho più fiato per attendere.
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